Baccalà
o Stoccafisso?
Da capitan Querini
al norvegese Ragnar
di Giovanni
Belfiori
Baccalà e stoccafisso indicano due modi diversi di trattare un unico
pesce: il merluzzo, o “Gadus Morhua”, della famiglia dei Madidi, un tipo
di pesce che vive soprattutto nei mari di Norvegia, Islanda, Groenlandia,
Mar Baltico e Terranova, dove c’è acqua pulita e molto fredda.
Lo stoccafisso è merluzzo essiccato, mentre il baccalà è il
medesimo pesce conservato sotto sale. C’è da aggiungere, tuttavia, che
in Veneto, in Friuli, in Trentino e in alcune zone della Lombardia, è
chiamato ‘baccalà’ quello che in realtà è stoccafisso, e così il famoso
‘Baccalà alla Vicentina’ non è altro che stoccafisso.
La conservazione del merluzzo sotto sale fu introdotta, probabilmente, dai
pescatori baschi: la pesca avveniva molto lontano dalle coste e si
dovette trovare il modo di conservare il pesce per un tempo sufficiente da
garantirne poi la vendita. Il metodo della conservazione mediante
essiccazione è, probabilmente, più antico della conservazione sotto sale:
i reperti archeologici ci dicono che lo stoccafisso era esportato dalla
Norvegia ancor prima dell’epoca dei Vichinghi e, in seguito, divenne
uno dei principali alimenti di questo popolo, che lo utilizzava come
scorta di viveri a bordo delle navi e l’eccedenza come merce di scambio.
Nelle norvegesi isole Lofoten, principale zona di produzione del
merluzzo conservato, il processo di essiccazione prende avvio a fine
febbraio e dura fino a metà aprile. Da questo periodo in poi la
temperatura è troppo alta per ottenere una essiccazione ottimale e si
passa alla conservazione sotto sale.
Baccalà e stoccafisso furono introdotti in Italia al tempo delle
Repubbliche Marinare (X-XIII sec.), grazie alle rotte commerciali con le
coste del Mare del Nord, ma la tradizione narra che il merito di aver
‘scoperto’ e importato lo stoccafisso in Italia vada a un nobile
veneziano, il capitano Pietro Querini.
Nel 1432 la sua spedizione -originariamente diretta nei porti della Lega
Anseatica per commerciare vino, spezie, tessuti e altri prodotti- naufraga
a Røst, una delle più sperdute fra le isole Lofoten. E’ lì che
Querini scopre lo strano ‘pesce-bastone’ (stoccafisso deriva dal
tedesco Stock fisch, cioè pesce-bastone): «Lo stoccafisso –scrive il
nobiluomo veneziano- viene disseccato all’aria e al sole senza fare uso di
sale, dato che questo pesce contiene pochissima quantità d’umidità e di
grasso e diventa secco come il legno. Per poterlo mangiare è necessario
batterlo con un manico di scure per sfilacciarlo. Per insaporirlo vengono
poi aggiunti burro e spezie».
Il successo dello stoccafisso, a dir il vero, non è immediato. Il consumo
di pesce è, allora, assai limitato. Nell’Adriatico settentrionale e
centrale l’unica vera marineria è quella veneziana e nelle città
rivierasche il pesce che si porta a tavola –per chi se lo può permettere-
è quello fresco. La situazione cambia completamente con il Concilio di
Trento (1545-1563): la chiesa cattolica detta regole precise sulla
scelta dei cibi e sui digiuni e il ‘mangiar di magro’ diventa
regola diffusa e stabile. Gli alimenti consentiti dalla chiesa non
lasciano grande scelta: oltre alla carne, si deve rinunciare perfino ai
latticini e al rosso dell’uovo. Nelle campagne, però, non ci sono soldi,
il frigorifero non è ancora stato inventato e le ghiacciaie sono cose da
ricchi: quale pesce, dunque, si può conservare e mangiare?
Stoccafisso, baccalà, aringhe, alici diventano ben presto i
prodotti ittici diffusi nelle zone rurali: essi si conservano facilmente,
rappresentano un’eccezione rispetto all’alimentazione contadina
tradizionale e sono i tipici piatti di magro dei giorni di Quaresima,
nelle vigilie e nelle feste comandate e il mercoledì e il venerdì.
La chiesa stessa incentiva il consumo di merluzzo conservato, nel
tentativo di combinare le esigenze di fede con le tasche dei credenti: nel
1555, dal Concilio di Trento, ecco la voce dell’arcivescovo di Upsala Olaf
Manson, il quale si dedica a un libricino nel quale tratta del ‘merlusia’,
pesce del nord Europa che è essiccato e conservato a lungo e che può
essere, in considerazione del basso prezzo e dell’abbondanza del prodotto,
l’alimento adatto per i giorni di magro comandati da Santa Madre Chiesa.
Oggi, come secoli fa, fra le colorate casette delle Lofoten, spiccano
enormi stenditoi in legno a forma di capanna, utilizzati per
l’essiccazione dello stoccafisso. Legati a coppia per la coda dopo essere
stati decapitati ed eviscerati immediatamente dopo la cattura, e quindi
selezionati per dimensione (esiste la figura del ‘Vrakeren’,
l’esperto che classifica i pesci in base a lunghezza, grandezza, peso,
ecc), i merluzzi sono posizionati nelle rastrelliere affinché il vento
freddo li faccia essiccare. Lo stoccafisso più pregiato è la qualità "Ragno".
Due sono le ipotesi sull’origine del termine ‘ragno’. La prima vuole che
lo stoccafisso sia chiamato "ragno" per le sue nervature naturali
che, osservate in controluce, assomigliano ad una ragnatela. La seconda, e
più realistica ipotesi, fa derivare la qualità ‘ragno’ dal nome di un
esportatore norvegese –Ragnar appunto- il quale, dalle isole Lofoten,
fu tra i primi produttori a mettere il proprio marchio sugli imballi
diretti in Italia.
I mercati più importanti dello stoccafisso norvegese sono oggi Italia e
Croazia. L’Italia, in particolare, acquista più dei 2/3 della
produzione dello stoccafisso norvegese. Il mercato italiano si divide,
per motivi culturali e storici, in cinque principali regioni: Veneto,
Liguria, Campania, Calabria e Sicilia, esiste, però, un’antica tradizione
di consumo nella zone di Ancona e Livorno.
(5 dicembre 2006)
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Redazione: Giovanni Belfiori / Brigida Gasparelli